“Il Console Crasso si alzò quella mattina dal letto, pervaso da uno strano senso di inquietudine. Il giorno prima aveva ascoltato gli aruspici e il loro presagio era da interpretarsi come nefasto. Lui non gli aveva dato troppo peso, forte delle sue legioni. Tuttavia, la notte era trascorsa popolata da incubi che avevano agitato il suo sonno. Terminò di vestirsi ed indossò i calzari di cuoio dalla foggia raffinata. Uscì dalla tenda da campo, il cielo era sereno mentre iniziava ad albeggiare ed un raggio di sole colpì il suo sguardo ceruleo come una stilettata, costringendolo a socchiudere gli occhi per osservare meglio il campo di battaglia. Vide le sue legioni, composte da veterani rotti ad ogni tipo di esperienza, valenti e coraggiosi e il suo animo sembrò rasserenarsi. D’un tratto un rombo di tuono lontano. Il suo udito si mise in ascolto e Crasso comprese che non di un tuono si trattava ma di moli massicce che a cadenza ritmata si avvicinavano al campo di battaglia insieme ad una folla urlante dalle armature scintillanti e armata fino ai denti. Vide quegli enormi bestioni muniti di zanne ricurve che aveva conosciuto ascoltando le storie su Pirro e su Annibale. Atterrì mentre i suoi legionari trattenevano il respiro in attesa dell’arrivo della carica. In pochi secondi, quei cinquanta elefanti impattarono sulle formazioni romane allineate a testuggine e a nulla valse il coraggio né la superiorità nella tecnica di combattimento. Travolti dalla furia selvaggia di quello squadrone di bestie barrenti un urlo che mai si era udito prima, i legionari si scomposero e i malcapitati 1annegarono in un lago di sangue senza precedenti, schiacciati da una montagna di carne e muscoli che si abbattevano su di loro, mentre quegli elefanti dalle armature puntute entravano nella Storia. Per Crasso e per Roma, le cui legioni erano considerate invincibili, fu una fragorosa disfatta…” Riflettendo su queste battaglie, studiandole e speculando sui movimenti e sulle tattiche di ogni unità di cui era composto l’esercito dei popoli antichi soprattutto dell’area mediterranea, è possibile immaginare che siano stati fonte di ispirazione per l’invenzione del gioco degli scacchi. Ed infatti, i ritrovamenti archeologici avvenuti, sin dalla fine degli anni Trenta, in particolare in Iraq1 ed in Iran, testimoniano come le origini del gioco dei Re o un suo antenato, si perdano nella notte dei tempi e mettono a dura prova la diffusa “vulgata” che vorrebbe gli scacchi nati in India intorno al I-II secolo d.C. I detti ritrovamenti, infatti, sembrano avvalorare una ipotesi del tutto diversa: Il gioco dei Re - in Italia conosciuto col nome di scacchi – risale, con tutta probabilità, ad almeno seimila anni fa, all'epoca della civiltà sumera e sarebbe originario di una regione che si trova al confine tra la Turchia, l’Iran e l’Iraq. A parere di chi scrive, tuttavia, non sono soltanto i ritrovamenti archeologici (si veda il sito www.persianwonders.com per maggiori approfondimenti) a testimoniare quanto si afferma ma è lo stesso gioco, il suo nome, i suoi personaggi e il loro modo di muoversi sulla scacchiera che permettono di asserire quanto si afferma, recisamente. Iniziamo, anzitutto, dal nome: Gioco dei Re; ebbene, sappiamo che in lingua farsi (la lingua dei persiani che ha origini antichissime e affonda le sue radici negli assiri) il gioco si chiama Shatranij, ed è stato tradotto come gioco dei Re. Sha è il re mentre -tranij sembra indicare qualcosa tipo pratica o allenamento (da ciò la parola trainer inglese) o, più prosaicamente, il triangolo o tre colori e forse è da mettere in relazione alle tre principali armate che sono i carri da guerra, gli elefanti e la cavalleria leggera. In una conversazione con il Maestro Alessandro Pompa, il medesimo mi faceva notare come la parola Sha divenga, in Estremo Oriente, Xi (da cui il gioco dello Xiangqui cinese) e Sho (da cui lo Shogi giapponese dove Sho- è re e -gi è radice della parola gioco, tra l'altro comune a tutte le lingue che oggi abbiamo in uso). Proprio le armate di cui è composto l'esercito degli scacchi è l'elemento principale del tema di questo articolo.



l'elemento principale del tema di questo articolo. GLI SCACCHI DI VENAFRO, VEDI: https://www.messaggeriescacchistiche.com/blog/gli-scacchi-di-venafro Infatti, va innanzi tutto precisato che nell'epoca antica gli eserciti in battaglia era difficile fossero numerosi e ciò per vari motivi tra cui: innanzi tutto per un motivo demografico, gli esseri umani erano pochi milioni non certo i quasi cinque miliardi di oggi e le popolazioni o tribù erano composte di - al massimo - poche migliaia di individui maschi di età compresa tra i quindici e i cinquanta anni (che fra l'altro costituiva un limite di età difficilmente raggiungibile per un maschio dell'epoca, considerata sia l'elevata mortalità infantile sia la quantità di morti ni battaglia e per malattie come la tisi, la peste, la lebbra, il vaiolo e l’influenza); poi per un motivo di efficientamento delle risorse umane disponibili, in quanto i più giovani e i più anziani dovevano necessariamente contribuire alla tutela dell'agricoltura e dell'allevamento per sfamare il resto della popolazione che rimaneva a casa nonché al suo sviluppo demografico (il che ci fa comprendere che l'uomo antico era assai più intelligente di quello moderno che invece mira all'annientamento completo del nemico) ed in questo senso si comprende perché il Console Mario abbia istituito la leva obbligatoria e il militare di 3professione; infine, per un motivo di sopravvivenza degli usi e della cultura della popolazione di cui l’esercito costituiva il cosiddetto “braccio armato”; se tutti gli individui maschi fossero andati in battaglia e fossero stati uccisi dal nemico è evidente che la popolazione rimasta, donne, bambini e anziani sarebbe stata in balia dell'avversario e facilmente sterminata, onde evitare vendette successive. Ecco che, tra l'altro, le battaglie terminavano senza ulteriore spargimento di sangue, se uno dei due eserciti avesse catturato il re avversario che, almeno nei tempi antichi, non poteva essere ucciso perché era molto più vantaggioso farlo prigioniero e restituirlo alla popolazione di origine, una volta che fosse stato pagato il riscatto. Inoltre, non va dimenticato che il Re aveva un carattere sacro, spesso ritenuto voce di Dio in terra per il suo popolo e, dunque, eliminare il Re equivaleva a eliminare dalla faccia della Terra il suo popolo e ciò era un potenziale motivo di malcontento della popolazione sottomessa che avrebbe potuto cercare di ribellarsi e vendicarsi dell’offesa subita. Perciò, intelligentemente, le genti antiche ritenevano più utile mantenere rapporti economici e commerciali con il popolo sottomesso che - al massimo - avrebbe dovuto ammettere la propria sconfitta, pagare un tributo periodico al popolo vincitore, magari acquisire e adottare le leggi del popolo vincitore e, infine – “last but not least” - eventualmente fornire soldati per le campagne militari del popolo vincitore che vedeva accrescere le proprie unità grazie all'utilizzo dei giovani e meno giovani della popolazione da lei sottomessa. Dunque, il re non può abbandonare la scacchiera fino alla fine del gioco perché ciò ricorda il fatto che, nei tempi antichi, era sufficiente catturare il Re avversario perché la battaglia finisse senza spargimento di sangue inutile. Senza andare troppo al di là nel tempo, basti ricordare gli Inca, che 4furono sconfitti dagli spagnoli durante l'assedio di Lima (città spagnola). Fernando Cortés vedendo che gli Inca con bolas incendiarie stavano mettendo a fuoco la cittadella fortificata degli spagnoli - il loro quartier generale - ordinò una sorprendente sortita di cavalleria.



quartier generale - ordinò una sorprendente sortita di cavalleria. Prese duecento uomini, i più coraggiosi e temerari che aveva, li fece montare a cavallo e ordinò che fossero improvvisamente aperte le porte della cittadella, invasa dal fuoco, così da permettere ai soldati a cavallo di uscire al galoppo e incunearsi nelle file nemiche, superarle e arrivare al luogo dove Manco Capac, monarca degli Inca, aveva posto il suo quartier generale e aveva a sua difesa solo poche decine di guardie fidate. Arrivati dinanzi a costoro, gli spagnoli non fecero altro che annientare le poche guardie del corpo di Manco Capac e lo catturarono e costui non poté far altro che dichiararsi sconfitto e mostrarsi tale, in ceppi e catene, alla sua gente che immediatamente smise di combattere (classico esempio di scacco matto). Venendo ora alle altre figure degli scacchi, iniziamo dalla regina o, per meglio dire, dal Visir, il generale dell'esercito: è evidente che costui era per gli antichi il migliore tra i soldati quello più esperto e dotato di mentalità strategica e tattica sul campo di battaglia. Diremmo oggi che rappresenta il Capo di Stato Maggiore e infatti si muoveva esattamente come il re perché non poteva certo essere superiore a lui nei movimenti.



a lui nei movimenti. Il movimento attuale della regina ha infatti un'origine più moderna e, tradizione vuole, che ciò sia dovuto alla volontà della regina Isabella di Castiglia, quella delle tre caravelle di Cristoforo Colombo - che ormai è quasi certo fosse catalano, tra l'altro il dialetto genovese e ligure in generale risente di influenze catalane e dunque Cristoforo Colombo è probabilmente spagnolo e non italiano e il suo nome è dunque Cristobal Colón - la quale, essendo appassionata di scacchi, chiese ai suoi 5consiglieri di fare in modo che la regina divenisse il pezzo più importante di attacco dell'esercito, il pezzo più valoroso e più imprevedibile e che poteva portare alla vittoria del proprio esercito anche tramite il proprio sacrificio e vincere la partita finale di un torneo, con uno spettacolare sacrificio di regina, è probabilmente il sogno proibito di ogni scacchista, incluso l’autore di questo articolo. Per quanto poi riguarda i cavalieri (così chiamati in Inghilterra dove si usa il sostantivo knight per indicare la figurina del cavallo e non horse), ebbene, il movimento del cavallo ricorda proprio il modo di saltare di questo animale nella realtà: il cavallo infatti carica sulle zampe posteriori la molla per saltare ma lo fa, mi si passi il termine, "sculettando" a destra o a sinistra e il suo salto pertanto finirà obliquamente rispetto al punto di stacco, a destra o a sinistra del medesimo. Per quanto poi riguarda i carri da guerra o le navi da guerra (come erano raffigurate le torri negli scacchi russi più antichi) poi divenute torri, quando gli scacchi giungono con gli arabi in Spagna e Italia meridionale, è evidente che un carro da guerra o una nave da guerra non può far altro che andare dritto davanti a sé ed, eventualmente, svoltare (o virare) a destra o a sinistra proseguendo dritta il suo percorso e perciò ecco che la torre si muove verticale e orizzontale, si direbbe ortogonalmente, sulla scacchiera. E il carro da guerra viene utilizzato come un ariete per splendidi sacrifici che mettono a soqquadro le difese altrui permettendo la penetrazione della regina o di altri pezzi per meravigliosi scacchi matti. Infine: gli alfieri. Innanzi tutto, va ricordato che la parola alfiere ha origine dalla lingua farsi ed esattamente dal termine alfil che significa elefante. Dunque, gli alfieri, nel gioco dei Re originario, sono: elefanti. E non sono elefanti comuni, sono elefanti da guerra! 6L'uso degli elefanti da guerra è attestato sin dall'epoca dei fenici e degli assiri e ancora sono utilizzati dai Parti, altrimenti chiamati anche Persiani, che in tempi antichi sono giunti a estendere il loro dominio su tutta la penisola araba, su quella anatolica, sull’Iraq e sull’Iran e che sconfissero i romani a Carre, avvalendosi proprio degli elefanti da guerra per annientare l'efficienza e l'efficacia della formazione a testuggine romana, fino a quel momento ritenuta da tutti i cronisti dell'epoca, quasi invincibile. Gli elefanti da guerra delle popolazioni che vivevano nelle regioni che oggi chiamiamo Medio Oriente, erano di origine africana e non asiatica e, come è noto, gli elefanti africani non sono facilmente addomesticabili. Pertanto, probabilmente gli elefanti da guerra utilizzati dagli eserciti antichi, erano un incrocio della razza africana con quella asiatica proprio come noi ancora oggi incrociamo gli asini con le giumente e i cavalli con le asine e otteniamo, dal loro incrocio, i muli e i bardotti. I Romani dovettero fronteggiare il temibile elefante da guerra assiro, fenicio o comunque mediorientale, quando dovettero combattere la battaglia di Maleventum che, a seguito della vittoria, divenne Beneventum. L'elefante da guerra aveva le seguenti caratteristiche: una mole massiccia simile a quella di un elefante africano e zanne robuste e ben sviluppate. L'elefante da guerra, prima di tutto, doveva – pertanto - atterrire le fila serrate degli eserciti pedestri nemici e portare scompiglio e confusione nelle file ordinate delle falangi, sfondare le loro aste lunghe e appuntite fatte di legno che certo non potevano resistere alla mole di un pachiderma pesante alcune tonnellate, lanciato alla carica. Ed infatti l'elefante da guerra correndo su quattro gambe non riusciva da solo a mantenere una linea diritta e, per questo motivo, al suo arcione c'era un pilota che doveva fargli mantenere la linea ed anche per farlo andare contro i soldati avversari perché altrimenti questi, senza pilota, magari, sarebbe scappato, per il naturale istinto di sopravvivenza trattandosi di un animale erbivoro e, dunque, preda, non predatore. Perciò la corsa dell’elefante, senza guida o con un pilota poco esperto, ricorda una diagonale. L’elefante indiano, invece, non ha alcuna di queste caratteristiche, essendo di mole molto meno massiccia e privo o quasi di zanne. Questo elefante, in realtà, veniva utilizzato come mezzo di trasporto di truppe che in piedi dentro a una sorta di baldacchino tiravano frecce o lance "a tutto spiano" ma certo non erano un'arma di sfondamento. Negli scacchi l'alfiere, invece, sovente viene utilizzato come arma di sfondamento ed un mirabile esempio ne è il cosiddetto "dono Greco" perché fu Gioacchino Greco e non i greci (come erroneamente ritengono gli anglofoni, del continente americano, notoriamente poco conoscitori di storia altrui) a usarlo per primo in partite di scacchi o quanto meno è attestato nelle sue partite. Poche righe spenderò sui pedoni che avanzano lentamente una casella alla volta, “al passo”, si direbbe in gergo militare, e colpiscono in diagonale perché ovviamente sull’altro braccio tengono uno scudo per proteggersi e, infatti, i due pedoni che vengono a contatto l’uno di fronte all’altro, nel gioco degli scacchi, restano bloccati e non possono avanzare oltre ma possono cambiare traversa, colpendo il pezzo avversario che si trovi nella casella diagonale avanti, a destra o a sinistra, con movimento dinamico così come il braccio di un legionario userebbe la sua daga o il giavellotto di cui è armato. Da quanto sopra, dunque, si può dedurre che il chaturanga è un gioco successivo al “Gioco dei Re” , il quale ha avuto origine in una terra 8che era al confine tra la penisola anatolica, il Caucaso, l’Iran e l’Iraq. Inoltre, è molto probabile che il chaturanga abbia più legami con il gioco del latrunculorum lusus in quanto, in entrambi i giochi, era possibile l’utilizzo del dado. Di fatto entrambi potrebbero essere versioni più semplici derivate dal Gioco dei Re. Poco importa se il Gioco dei Re abbia 6000 anni (e dunque il suo progenitore sia sumero) o solo tremila (e pertanto il suo progenitore o lo stesso gioco ormai evoluto sia da ascrivere ai Persiani). È di tutta evidenza, da quanto sopra ricordato, che è la parola Chaturanga che suona foneticamente in modo simile a "Shatranij" non il contrario!!! O, quanto meno, ciò che sostiene la “vulgata” diffusa ufficialmente, è da mettere sotto rigorosa analisi alla luce delle fonti documentali, dei recenti e meno recenti ritrovamenti archeologici e delle speculazioni su cosa va inteso per gioco dei Re. Per quanto mi riguarda la mia ipotesi sostanzialmente è questa: Il Gioco dei Re sumero, successivamente evoluto dai Persiani, è il gioco degli scacchi o almeno il suo più diretto progenitore. Il resto, che si chiami chaturanga, senet, latranculorum lusus o altro ancora, sono sole copie più semplici, magari giochi per bambini ma il GIOCO per eccellenza e per i migliori e più audaci intelletti era, è e sempre sarà il GIOCO DEI RE altrimenti detto: GLI SCACCHI. Ad Majora! Gherardo Maria Gismondi
