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De bello scachorum

2025-10-26 18:42

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Cartoline scacchistiche,

De bello scachorum

Appendice dell'opera di prossima pubblicazione "De bello scachorum" che tratta della storia degli scacchi partendo da molto lontano...

“Il Console Crasso si alzò quella mattina dal letto, pervaso da uno strano

senso di inquietudine. Il giorno prima aveva ascoltato gli aruspici e il

loro presagio era da interpretarsi come nefasto. Lui non gli aveva dato

troppo peso, forte delle sue legioni.

Tuttavia, la notte era trascorsa popolata da incubi che avevano agitato

il suo sonno.

Terminò di vestirsi ed indossò i calzari di cuoio dalla foggia raffinata.

Uscì dalla tenda da campo, il cielo era sereno mentre iniziava ad

albeggiare ed un raggio di sole colpì il suo sguardo ceruleo come una

stilettata, costringendolo a socchiudere gli occhi per osservare meglio il

campo di battaglia.

Vide le sue legioni, composte da veterani rotti ad ogni tipo di esperienza,

valenti e coraggiosi e il suo animo sembrò rasserenarsi.

D’un tratto un rombo di tuono lontano.

Il suo udito si mise in ascolto e Crasso comprese che non di un tuono si

trattava ma di moli massicce che a cadenza ritmata si avvicinavano al

campo di battaglia insieme ad una folla urlante dalle armature

scintillanti e armata fino ai denti.

Vide quegli enormi bestioni muniti di zanne ricurve che aveva

conosciuto ascoltando le storie su Pirro e su Annibale.

Atterrì mentre i suoi legionari trattenevano il respiro in attesa

dell’arrivo della carica.

In pochi secondi, quei cinquanta elefanti impattarono sulle formazioni

romane allineate a testuggine e a nulla valse il coraggio né la

superiorità nella tecnica di combattimento.

Travolti dalla furia selvaggia di quello squadrone di bestie barrenti un

urlo che mai si era udito prima, i legionari si scomposero e i malcapitati

1annegarono in un lago di sangue senza precedenti, schiacciati da una

montagna di carne e muscoli che si abbattevano su di loro, mentre

quegli elefanti dalle armature puntute entravano nella Storia.

Per Crasso e per Roma, le cui legioni erano considerate invincibili, fu

una fragorosa disfatta…”

Riflettendo su queste battaglie, studiandole e speculando sui

movimenti e sulle tattiche di ogni unità di cui era composto l’esercito dei

popoli antichi soprattutto dell’area mediterranea, è possibile immaginare

che siano stati fonte di ispirazione per l’invenzione del gioco degli scacchi.

Ed infatti, i ritrovamenti archeologici avvenuti, sin dalla fine degli

anni Trenta, in particolare in Iraq1 ed in Iran, testimoniano come le

origini del gioco dei Re o un suo antenato, si perdano nella notte dei tempi

e mettono a dura prova la diffusa “vulgata” che vorrebbe gli scacchi nati

in India intorno al I-II secolo d.C.

I detti ritrovamenti, infatti, sembrano avvalorare una ipotesi del

tutto diversa:

Il gioco dei Re - in Italia conosciuto col nome di scacchi – risale,

con tutta probabilità, ad almeno seimila anni fa, all'epoca della

civiltà sumera e sarebbe originario di una regione che si trova

al confine tra la Turchia, l’Iran e l’Iraq.

A parere di chi scrive, tuttavia, non sono soltanto i ritrovamenti

archeologici (si veda il sito www.persianwonders.com per maggiori

approfondimenti) a testimoniare quanto si afferma ma è lo stesso gioco,

il suo nome, i suoi personaggi e il loro modo di muoversi sulla scacchiera

che permettono di asserire quanto si afferma, recisamente.

Iniziamo, anzitutto, dal nome: Gioco dei Re; ebbene, sappiamo che

in lingua farsi (la lingua dei persiani che ha origini antichissime e affonda

le sue radici negli assiri) il gioco si chiama Shatranij, ed è stato tradotto come gioco dei Re.

Sha è il re mentre -tranij sembra indicare qualcosa tipo pratica o

allenamento (da ciò la parola trainer inglese) o, più prosaicamente, il

triangolo o tre colori e forse è da mettere in relazione alle tre principali

armate che sono i carri da guerra, gli elefanti e la cavalleria leggera.

In una conversazione con il Maestro Alessandro Pompa, il

medesimo mi faceva notare come la parola Sha divenga, in Estremo

Oriente, Xi (da cui il gioco dello Xiangqui cinese) e Sho (da cui lo Shogi

giapponese dove Sho- è re e -gi è radice della parola gioco, tra l'altro

comune a tutte le lingue che oggi abbiamo in uso).

Proprio le armate di cui è composto l'esercito degli scacchi è

l'elemento principale del tema di questo articolo.

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l'elemento principale del tema di questo articolo.

GLI SCACCHI DI VENAFRO, VEDI:

https://www.messaggeriescacchistiche.com/blog/gli-scacchi-di-venafro


Infatti, va innanzi tutto precisato che nell'epoca antica gli eserciti in

battaglia era difficile fossero numerosi e ciò per vari motivi tra cui:

innanzi tutto per un motivo demografico, gli esseri umani erano pochi

milioni non certo i quasi cinque miliardi di oggi e le popolazioni o tribù

erano composte di - al massimo - poche migliaia di individui maschi di

età compresa tra i quindici e i cinquanta anni (che fra l'altro costituiva un

limite di età difficilmente raggiungibile per un maschio dell'epoca,

considerata sia l'elevata mortalità infantile sia la quantità di morti ni

battaglia e per malattie come la tisi, la peste, la lebbra, il vaiolo e

l’influenza); poi per un motivo di efficientamento delle risorse umane

disponibili, in quanto i più giovani e i più anziani dovevano

necessariamente contribuire alla tutela dell'agricoltura e

dell'allevamento per sfamare il resto della popolazione che rimaneva a

casa nonché al suo sviluppo demografico (il che ci fa comprendere che

l'uomo antico era assai più intelligente di quello moderno che invece mira

all'annientamento completo del nemico) ed in questo senso si comprende

perché il Console Mario abbia istituito la leva obbligatoria e il militare di

3professione; infine, per un motivo di sopravvivenza degli usi e della

cultura della popolazione di cui l’esercito costituiva il cosiddetto “braccio

armato”; se tutti gli individui maschi fossero andati in battaglia e fossero

stati uccisi dal nemico è evidente che la popolazione rimasta, donne,

bambini e anziani sarebbe stata in balia dell'avversario e facilmente

sterminata, onde evitare vendette successive.

Ecco che, tra l'altro, le battaglie terminavano senza ulteriore

spargimento di sangue, se uno dei due eserciti avesse catturato il re

avversario che, almeno nei tempi antichi, non poteva essere ucciso perché

era molto più vantaggioso farlo prigioniero e restituirlo alla popolazione

di origine, una volta che fosse stato pagato il riscatto.

Inoltre, non va dimenticato che il Re aveva un carattere sacro,

spesso ritenuto voce di Dio in terra per il suo popolo e, dunque, eliminare

il Re equivaleva a eliminare dalla faccia della Terra il suo popolo e ciò era

un potenziale motivo di malcontento della popolazione sottomessa che

avrebbe potuto cercare di ribellarsi e vendicarsi dell’offesa subita.

Perciò, intelligentemente, le genti antiche ritenevano più utile

mantenere rapporti economici e commerciali con il popolo sottomesso

che - al massimo - avrebbe dovuto ammettere la propria sconfitta, pagare

un tributo periodico al popolo vincitore, magari acquisire e adottare le

leggi del popolo vincitore e, infine – “last but not least”

- eventualmente fornire soldati per le campagne militari del popolo vincitore che vedeva

accrescere le proprie unità grazie all'utilizzo dei giovani e meno giovani

della popolazione da lei sottomessa.

Dunque, il re non può abbandonare la scacchiera fino alla fine del

gioco perché ciò ricorda il fatto che, nei tempi antichi, era sufficiente

catturare il Re avversario perché la battaglia finisse senza spargimento di

sangue inutile.

Senza andare troppo al di là nel tempo, basti ricordare gli Inca, che

4furono sconfitti dagli spagnoli durante l'assedio di Lima (città spagnola).

Fernando Cortés vedendo che gli Inca con bolas incendiarie

stavano mettendo a fuoco la cittadella fortificata degli spagnoli - il loro

quartier generale - ordinò una sorprendente sortita di cavalleria.

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quartier generale - ordinò una sorprendente sortita di cavalleria.

Prese duecento uomini, i più coraggiosi e temerari che aveva, li fece

montare a cavallo e ordinò che fossero improvvisamente aperte le porte

della cittadella, invasa dal fuoco, così da permettere ai soldati a cavallo di

uscire al galoppo e incunearsi nelle file nemiche, superarle e arrivare al

luogo dove Manco Capac, monarca degli Inca, aveva posto il suo quartier

generale e aveva a sua difesa solo poche decine di guardie fidate.

Arrivati dinanzi a costoro, gli spagnoli non fecero altro che

annientare le poche guardie del corpo di Manco Capac e lo catturarono e

costui non poté far altro che dichiararsi sconfitto e mostrarsi tale, in ceppi

e catene, alla sua gente che immediatamente smise di combattere

(classico esempio di scacco matto).

Venendo ora alle altre figure degli scacchi, iniziamo dalla regina o,

per meglio dire, dal Visir, il generale dell'esercito: è evidente che costui

era per gli antichi il migliore tra i soldati quello più esperto e dotato di

mentalità strategica e tattica sul campo di battaglia.

Diremmo oggi che rappresenta il Capo di Stato Maggiore e infatti si

muoveva esattamente come il re perché non poteva certo essere superiore

a lui nei movimenti.

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a lui nei movimenti.

Il movimento attuale della regina ha infatti un'origine più moderna

e, tradizione vuole, che ciò sia dovuto alla volontà della regina Isabella di

Castiglia, quella delle tre caravelle di Cristoforo Colombo - che ormai è

quasi certo fosse catalano, tra l'altro il dialetto genovese e ligure in

generale risente di influenze catalane e dunque Cristoforo Colombo è

probabilmente spagnolo e non italiano e il suo nome è dunque Cristobal

Colón - la quale, essendo appassionata di scacchi, chiese ai suoi

5consiglieri di fare in modo che la regina divenisse il pezzo più importante

di attacco dell'esercito, il pezzo più valoroso e più imprevedibile e che

poteva portare alla vittoria del proprio esercito anche tramite il proprio

sacrificio e vincere la partita finale di un torneo, con uno spettacolare

sacrificio di regina, è probabilmente il sogno proibito di ogni scacchista,

incluso l’autore di questo articolo.

Per quanto poi riguarda i cavalieri (così chiamati in Inghilterra dove

si usa il sostantivo knight per indicare la figurina del cavallo e non horse),

ebbene, il movimento del cavallo ricorda proprio il modo di saltare di

questo animale nella realtà: il cavallo infatti carica sulle zampe posteriori

la molla per saltare ma lo fa, mi si passi il termine, "sculettando" a destra

o a sinistra e il suo salto pertanto finirà obliquamente rispetto al punto di

stacco, a destra o a sinistra del medesimo.

Per quanto poi riguarda i carri da guerra o le navi da guerra (come

erano raffigurate le torri negli scacchi russi più antichi) poi divenute torri,

quando gli scacchi giungono con gli arabi in Spagna e Italia meridionale,

è evidente che un carro da guerra o una nave da guerra non può far altro

che andare dritto davanti a sé ed, eventualmente, svoltare (o virare) a

destra o a sinistra proseguendo dritta il suo percorso e perciò ecco che la

torre si muove verticale e orizzontale, si direbbe ortogonalmente, sulla

scacchiera.

E il carro da guerra viene utilizzato come un ariete per splendidi

sacrifici che mettono a soqquadro le difese altrui permettendo la

penetrazione della regina o di altri pezzi per meravigliosi scacchi matti.

Infine: gli alfieri.

Innanzi tutto, va ricordato che la parola alfiere ha origine dalla

lingua farsi ed esattamente dal termine alfil che significa elefante.

Dunque, gli alfieri, nel gioco dei Re originario, sono: elefanti.

E non sono elefanti comuni, sono elefanti da guerra!

6L'uso degli elefanti da guerra è attestato sin dall'epoca dei fenici e degli

assiri e ancora sono utilizzati dai Parti, altrimenti chiamati anche

Persiani, che in tempi antichi sono giunti a estendere il loro dominio su

tutta la penisola araba, su quella anatolica, sull’Iraq e sull’Iran e che

sconfissero i romani a Carre, avvalendosi proprio degli elefanti da guerra

per annientare l'efficienza e l'efficacia della formazione a testuggine

romana, fino a quel momento ritenuta da tutti i cronisti dell'epoca, quasi

invincibile.

Gli elefanti da guerra delle popolazioni che vivevano nelle regioni

che oggi chiamiamo Medio Oriente, erano di origine africana e non

asiatica e, come è noto, gli elefanti africani non sono facilmente

addomesticabili.

Pertanto, probabilmente gli elefanti da guerra utilizzati dagli

eserciti antichi, erano un incrocio della razza africana con quella asiatica

proprio come noi ancora oggi incrociamo gli asini con le giumente e i

cavalli con le asine e otteniamo, dal loro incrocio, i muli e i bardotti.

I Romani dovettero fronteggiare il temibile elefante da guerra

assiro, fenicio o comunque mediorientale, quando dovettero combattere

la battaglia di Maleventum che, a seguito della vittoria, divenne

Beneventum.

L'elefante da guerra aveva le seguenti caratteristiche: una mole

massiccia simile a quella di un elefante africano e zanne robuste e ben

sviluppate.

L'elefante da guerra, prima di tutto, doveva – pertanto - atterrire le

fila serrate degli eserciti pedestri nemici e portare scompiglio e

confusione nelle file ordinate delle falangi, sfondare le loro aste lunghe e

appuntite fatte di legno che certo non potevano resistere alla mole di un

pachiderma pesante alcune tonnellate, lanciato alla carica.

Ed infatti l'elefante da guerra correndo su quattro gambe non

riusciva da solo a mantenere una linea diritta e, per questo motivo, al suo

arcione c'era un pilota che doveva fargli mantenere la linea ed anche per

farlo andare contro i soldati avversari perché altrimenti questi, senza

pilota, magari, sarebbe scappato, per il naturale istinto di sopravvivenza

trattandosi di un animale erbivoro e, dunque, preda, non predatore.

Perciò la corsa dell’elefante, senza guida o con un pilota poco

esperto, ricorda una diagonale.

L’elefante indiano, invece, non ha alcuna di queste caratteristiche,

essendo di mole molto meno massiccia e privo o quasi di zanne.

Questo elefante, in realtà, veniva utilizzato come mezzo di trasporto

di truppe che in piedi dentro a una sorta di baldacchino tiravano frecce o

lance "a tutto spiano" ma certo non erano un'arma di sfondamento.

Negli scacchi l'alfiere, invece, sovente viene utilizzato come arma di

sfondamento ed un mirabile esempio ne è il cosiddetto "dono Greco"

perché fu Gioacchino Greco e non i greci (come erroneamente ritengono

gli anglofoni, del continente americano, notoriamente poco conoscitori

di storia altrui) a usarlo per primo in partite di scacchi o quanto meno è

attestato nelle sue partite.

Poche righe spenderò sui pedoni che avanzano lentamente una

casella alla volta, “al passo”, si direbbe in gergo militare, e colpiscono in

diagonale perché ovviamente sull’altro braccio tengono uno scudo per

proteggersi e, infatti, i due pedoni che vengono a contatto l’uno di fronte

all’altro, nel gioco degli scacchi, restano bloccati e non possono avanzare

oltre ma possono cambiare traversa, colpendo il pezzo avversario che si

trovi nella casella diagonale avanti, a destra o a sinistra, con movimento

dinamico così come il braccio di un legionario userebbe la sua daga o il

giavellotto di cui è armato.

Da quanto sopra, dunque, si può dedurre che il chaturanga è un

gioco successivo al “Gioco dei Re”

, il quale ha avuto origine in una terra

8che era al confine tra la penisola anatolica, il Caucaso, l’Iran e l’Iraq.

Inoltre, è molto probabile che il chaturanga abbia più legami con il

gioco del latrunculorum lusus in quanto, in entrambi i giochi, era

possibile l’utilizzo del dado.

Di fatto entrambi potrebbero essere versioni più semplici derivate

dal Gioco dei Re.

Poco importa se il Gioco dei Re abbia 6000 anni (e dunque il suo

progenitore sia sumero) o solo tremila (e pertanto il suo progenitore o lo

stesso gioco ormai evoluto sia da ascrivere ai Persiani).

È di tutta evidenza, da quanto sopra ricordato, che è la parola

Chaturanga che suona foneticamente in modo simile a "Shatranij" non

il contrario!!!

O, quanto meno, ciò che sostiene la “vulgata” diffusa ufficialmente,

è da mettere sotto rigorosa analisi alla luce delle fonti documentali, dei

recenti e meno recenti ritrovamenti archeologici e delle speculazioni su

cosa va inteso per gioco dei Re.

Per quanto mi riguarda la mia ipotesi sostanzialmente è questa:

Il Gioco dei Re sumero, successivamente evoluto dai Persiani, è il

gioco degli scacchi o almeno il suo più diretto progenitore.

Il resto, che si chiami chaturanga, senet, latranculorum lusus o

altro ancora, sono sole copie più semplici, magari giochi per bambini ma

il GIOCO per eccellenza e per i migliori e più audaci intelletti era, è e

sempre sarà il GIOCO DEI RE altrimenti detto: GLI SCACCHI.

Ad Majora!

Gherardo Maria Gismondi

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